paola filippini

Paola Filippini ha ragione, ma anche il datore di lavoro

Io il post di Paola Filippini non lo condivido in pieno. Il suo post l’avevo visto per caso su Facebook, perché qualcuno, condividendolo, ha fatto sì che apparisse sulla mia bacheca. A dire il vero inizialmente pensavo fosse uno scherzo. Non credo a tutto quello che gira su questo social. Poi giovedì mattina, al mio appuntamento settimanale con Gioia, leggo a pagina 41 un articolo a cura di Alessandra Di Pietro, che parlava appunto del post di Paola Filippini e della sua storia. E mi è venuta un po’ di rabbia perché allora io dovrei rendere virale un post su un argomento altrettanto da troppo tempo taciuto: i ricatti, i soprusi che chi non ha figli deve invece subire dalle colleghe mamme e dal datore di lavoro. In ogni caso credo, come spesso accade, che la verità stia nel mezzo. Ha ragione in parte Paola, e ha torto in parte il datore di lavoro.

Post virale su Facebook

Il post è stato virale: 40mila condivisioni in 72 ore! Paola Filippini, 28 anni, su Facebook aveva pubblicato il suo sfogo: “Questa mattina sono stata convocata per un colloquio di lavoro presso una nota agenzia immobiliare di Mestre che si occupa anche di affitti turistici. Mi sono proposta come hostess per check-in per alloggi turistici, un lavoro che ho già fatto per tanti anni. Lui, l’egregio dott. M.M. si presenta all’appuntamento con 30 minuti di ritardo. Soppesando il suo grado di educazione e professionalità, lo seguo verso il suo ufficio. Mi fa accomodare alla sua scrivania, ma non si presenta, non mi dà la mano, non si scusa del ritardo, mi dà del tu. Questa cosa mi dà fastidio, ma anche qui passo oltre. Prende un foglio prestampato. Questionario Informativo, c’è scritto. Inizia con le domande. Lui:“Sei sposata? Convivi? Hai figli?”. Respiro “E’ necessario che io risponda a questa domanda?”. Lui:“Si, è necessario” (si sta agitando). Io: “Posso non rispondere”?”. Lui: “Certo. Allora ti puoi anche accomodare fuori, per me il colloquio finisce qui”. Prende il questionario informativo, lo strappa davanti alla mia faccia con fare da vero uomo duro. Si alza, mi apre la porta. “Non capisco – dico io – perchè mi sta congedando in questo modo?”. Lui: “Perché tu mi devi rispondere alle domande, e se non mi rispondi il colloquio non può proseguire”. Io: “Non può proseguire il mio colloquio se io non le descrivo la mia situazione famigliare?” Lui: “Esattamente”. Io: “Mi può fornire almeno una spiegazione?” (cerco di insistere). Lui: “Devo sapere se sei sposata e se hai figli, perché questo determina la tua disponibilità lavorativa”. Io: “Mi scusi dottore, ritengo che la mia disponibilità lavorativa esuli dalla mia condizione privata. Se vuole sapere quanto e quando posso lavorare, mi può semplicemente chiedere qual è la mia disponibilità oraria”. Lui, ormai furibondo:“Io chiedo quello che mi pare, e se non vuoi rispondere non posso darti il lavoro. Ora te ne puoi anche andare”. Io: “Posso dirle una cosa? E’ proprio per colpa di persone come lei che questo Paese sta andando a puttane. Perché se a una donna viene chiesto di dichiarare la sua situazione famigliare prima di chiederle quali sono le sue capacità, cosa sa fare e quali sono le sue aspettative lavorative, allora siamo proprio in un mondo di merda. Lei non sa che parlo perfettamente 3 lingue straniere, non sa che questo lavoro l’ho fatto per anni, che ho tanta esperienza e capacità. Lei non me lo ha chiesto. Mi tolga una curiosità, anche ai maschi chiede se hanno figli e se sono sposati quando fa loro un colloquio?”.

Le tutele sono sacrosante

I diritti dei lavoratori sono sacrosanti. Appunto. I diritti, non gli abusi, che invece nel nostro Paese sono all’ordine del giorno non solo nell’ambito della famiglia ma anche, per esempio, per quanto riguarda la legge 104. Basta anche solo pensare a quanto è accaduto a Sanremo. A danno di chi invece cerca disperatamente un lavoro e non lo trova e vorrebbe davvero lavorare. E ricordiamo anche che durante un colloquio di lavoro le domande sulla vita privata sono illegali ai sensi dell’articolo 27 del decreto legislativo 198/06.

La verità sta nel mezzo

Come in tutte le cose, la verità sta nel mezzo. Io infatti mi metto anche dalla parte di un datore di lavoro. Io ho avuto un fidanzato imprenditore edile che aveva assunto tramite l’Ufficio di Collocamento un operaio che non aveva fatto presente che era gravemente malato, così il giorno dopo l’assunzione si mise in mutua. Morale della favola: quell’operaio non lavorò mai e il mio fidanzato non solo ha continuato a pagarlo per anni senza avere la manodopera di cui aveva bisogno ma  non poteva licenziarlo e non poteva economicamente assumere nessun altro. Per dire che da atteggiamenti scorretti a rimetterci sono poi tutti. Ci hanno rimesso il mio ex fidanzato in qualità di datore di lavoro, gli altri operai che hanno dovuto fare il doppio del lavoro se non il triplo, e tutti quegli operai che in quel momento erano disoccupati in cerca di lavoro. La stessa cosa purtroppo succede quando si assumono donne in gravidanza che una volta assunte spariscono per tre anni e mamme lavoratrici che fanno del loro sacrosanto diritto alla maternità un abuso che si manifesta in forte assenteismo ai danni del datore di lavoro, che non può assumere altro personale, delle colleghe e di tutte quelle persone che cercano lavoro e hanno davvero voglia e bisogno di lavorare.

Quando il diritto diventa un abuso

Certo non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono datori di lavoro e datori di lavoro e mamme lavoratrici e mamme lavoratrici. Però diciamo anche l’altra parte della verità. C’è anche chi ha trasformato il diritto a essere mamma in un abuso quindi non mi stupisco che ci siano datori di lavoro che ai colloqui fanno domande circa la propria vita privata. E sinceramente, se fossi un datore di lavoro, lo farei anche io magari, visto che è vietato, cercando di carpire l’informazione con più furbizia. Ho lavorato in un mensile di bambini per sette anni in un gruppo editoriale prettamente femminile, e devo dire che quasi tutte le colleghe con figli erano spesso assenti. Perché ogni motivo era buono per stare a casa: il bambino era malato, il bambino aveva il raffreddore, la baby sitter era malata, il bambino aveva fatto la cacca, poi la pipì, poi aveva detto mamma ecc. Avessero potuto, avrebbero preso la maternità fino all’Università del “bambino”. Colleghe che consumavano la maternità e i giorni di malattia del bambino riconosciuti per legge fino all’osso, per poi, alla fine dell’ottavo anno del bambino, rimanere nuovamente incinta. Intanto chi non aveva figli, come me, doveva lavorare come un mulo, dovendo fare anche  il lavoro di chi era assente. E, peggio, si scemavano le opportunità di assunzione di altro personale perché l’azienda non poteva permetterselo.

Qualche paletto in più non sarebbe male

Le donne come dice il Papa vanno sostenute. E ha ragione. Vanno sostenuti i diritti delle mamme non di certo gli abusi. E il problema è ancora più a monte: nelle leggi. Per esempio, sarebbe sufficiente richiedere idonea documentazione quando un lavoratore richiede i permessi della legge 104 o la  facoltativa per evitare che questi diritti vengano utilizzati non per reali bisogni ma per altro, per esempio per fare la settimana bianca. Per fortuna non tutte le mamme lavoratrici sono così, di sicuro non lo è Paola Filippini, ma anche i datori di lavoro non sono tutti come il “dottor M.M.”, di cui accuso di più la maleducazione che l’interrogatorio. Ma purtroppo la difensiva è chiara e in parte comprensibile: troppo assenteismo materno determina malumori nell’ambiente lavorativo, impossibilità per il datore di lavoro di licenziare e di assumere nuovo personale, aumento del tasso di disoccupazione.

Anche chi non ha figli subisce offese

A subire offese, danni, limitazioni non sono solo le mamme lavoratrici ma anche chi non ha famiglia. Nel lungo periodo in cui ho lavorato nel mensile per bambini ho subito le pene dell’inferno. Non ho mai fatto ferie ad agosto, a Natale, nelle festività, durante i ponti perché la zolfa era sempre la stessa: vinceva chi aveva figli. “Eh ma io ho figli” e “Eh, ma lei ha figli”. La mia vita privata era decisamente condizionata dall’allattamento, dalla malattia del bambino (e si sa che questi bambini sono sempre malati… combinazione sempre nelle festività o nei ponti), dall’inserimento all’asilo… Ed è arrivata altrettanto l’ora di dire basta a un argomento altrettanto taciuto. Anche chi non ha figli è stufo di avere la vita condizionata da chi ha figli. Certo, perché io che non ho figli non ho diritto a una vita privata? Mi dispiace Paola Filippini, ma non è giusto nemmeno questo. Come se chi non ha famiglia non ha problemi nella vita. I figli sono un impegno, per carità, ma anche un genitore che ti sta morendo  in casa, un altro parente che decide di togliersi la vita ed è in ospedale da un mese, il tuo gatto che sta male ed è a casa da solo sono un impegno e anche più grave del fatto di avere un bambino che ha un po’ di febbre. Molte volte mi sono state bloccate le ferie e quindi le vacanze che avevo programmato con danni anche economici perché all’ultimo spuntava la maternità di qualche collega. E siccome l’azienda in cui lavoravo non permetteva a due persone di assentarsi contemporaneamente e siccome la maternità per legge non si può negare, perdevo io. Sicuramente non ho avuto colleghe professionali con spiccata dote collaborativa, così come non erano stimati professionisti i vertici della azienda per cui lavoravo, ma tant’è che ho vissuto sette anni di inferno. E anche in questo caso, in onore del vero, per fortuna esistono anche datori di lavoro più corretti e preparati nell’imporre idonee regole di convivenza lavorativa. Mia cognata non ha mai chiesto un giorno di facoltativa e non ha neanche mai avuto la baby sitter, nemmeno quando i bimbi erano malati. Eppure se l’è cavata benissimo lavorando sodo tutti i giorni e i miei nipotini sono cresciuti bene lo stesso.

L’Italia di oggi l’hanno fatto anche i lavoratori

Quando sono stata licenziata, io che non avevo famiglia ed ero sempre perennemente presente, nonostante vivessi a Torino e lavoravo a Milano sparandomi ogni giorno 4 ore di treno regionale, ho rinunciato a fare causa per il terrore di essere reintegrata, dato che le probabilità erano altissime (e a proposito, iniziamo non solo ad assumere ma anche a licenziare non in base allo stato di famiglia ma in base alle competenze e alla bravura). Pazzia? Può darsi. Ma io ora sono un’altra persona. Ero già partita per Santo Domingo e un giorno di fronte al fantastico mar dei Caraibi scrissi una email ai capi del giornale per cui lavoravo con la soddisfazione più grande di questo mondo: tra le righe scrissi che potevano andare (scusa la volgarità ma rende l’idea) a cagare, che io, per la felicità di cui mi stavo appropriando, avrei rinunciato a fare causa perché come dice Paola qualche volta bisogna pensare un po’ anche alla propria dignità. Oggi faccio libera professione e al momento non ho nessuna intenzione di ritornare a fare la dipendente. Ho molte più difficoltà, certo, ma quello che mi torna indietro non ha prezzo, non vale neanche un posto fisso a tempo indeterminato in mezzo a colleghe e capi che ti impediscono di essere anche solo un giorno felice. Ci voleva davvero poco per non distruggere la nostra patria, cara Paola. Da tutte le parti.

Prendiamo esempio dal Terzo Mondo

Quando vivevo in Repubblica Dominicana ho lavorato per circa un mese in un resort, il Dreams de La Romana. Prima dell’assunzione mi hanno ribaltato come un calzino, tra esami del sangue e delle urine, per vedere, per esempio, se avevo malattie infettive, mi drogavo o ero incinta. E mica me lo hanno detto cosa avrebbero indagato con gli esami del sangue. O così o così. L’ho capito per i fatti miei e dopo a che cosa servivano quegli esami. Se vuoi lavorare nel turismo in Repubblica Dominicana devi fare questi esami altrimenti ciccia. In Italia queste cose non succedono perché si viola la privacy. Con la differenza che in Repubblica Dominicana, in questo modo, forse, si viola la privacy ma non corri il rischio di avere tante complicazioni. Purtroppo non si vive in un mondo roseo e solidale da nessun punto di vista e per questo forse un po’ meno privacy farebbe solo meglio. E sai come ho raccolto l’urina nello squallido bagno della clinica di Bavaro? Con l’impiegata sulla porta che mi guardava e si accertava che non scambiassi il campione. Giusto o sbagliato, di certo è che a Santo Domingo chi ha un lavoro se lo tiene davvero buono fino alla fine. Molte cose ridicole che succedono qui in Italia là non succedono. A Santo Domingo tutti hanno figli già dalla giovane età. Le mamme lavorano, non sanno nemmeno cosa siano la facoltativa, l’allattamento, la malattia del bambino, l’inserimento all’asilo o all’Università, la legge 104 e tanto altro. Lavorano con i figli nei comaldos o sulle spalle, oppure lasciano i figli ai nonni, ai fratelli, alle sorelle… Tutte le donne sono capaci di lavorare anche con sei figli e tutti i bambini a dieci anni sono già indipendenti in tutto e per tutto. E soprattutto godono tutti di buona salute. Quelli manco la Chikungunya li ha messi in ginocchio. E il Paese di merda accusato da Paola nel suo post non l’hanno fatto solo i datori di lavoro ma anche e forse soprattutto certi lavoratori. E forse se avessimo rinunciato un po’ di più alla privacy non saremmo andati a finire peggio del Terzo Mondo, nel quale ci ho vissuto un anno arrivando un giorno alla triste consapevolezza che i continenti per certi aspetti si sono invertiti.

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