Come una azienda dovrebbe scegliere un pet influencer

Come una azienda dovrebbe scegliere un pet influencer

Il mercato del pet è in forte crescita e registra fatturati da capogiro, soprattutto in grandi città del nord, come Milano e Torino. Pappe, accessori, abbigliamento, giochi… c’è solo l’imbarazzo della scelta. E anche le professioni in questo ambito, alle quali un brand può rivolgersi per aumentare la propria visibilità, si stanno evolvendo. In particolare, vediamo come una azienda dovrebbe scegliere un pet influencer relativamente a Instagram.

Come una azienda dovrebbe scegliere un pet influencer

Credo fortemente alla potenza del web e dei social, ma solo se utilizzati con criterio e cognizione di causa.

Osservo, leggo e analizzo molti profili Instagram di pet influencer o similari italiani. Sono pochi quelli che mi piacciono per sincerità, correttezza, unicità. Tanti quelli invece che mi fanno rabbrividire o peggio indignare perché si prendono un animale solo per diventare influencer. Per rimanere in tema: mi si alza il pelo! E quando vedo che sponsorizzano brand (a pagamento o gratis – e in quest’ultimo caso bisognerebbe sapere se l’azienda lo sa!), se fossi un cane ringhierei, se fossi un cavallo ramperei con l’anteriore destro.

3 errori che un brand potrebbe fare nella scelta

Ma ecco i 3 principali errori che un brand potrebbe fare nella scelta di un pet influencer.

1) Soffermarsi (solo) sulle vanity metrics

Uno degli errori principali che fa un brand è soffermarsi (solo) sulle vanity metrics: i numeri. Niente di più sbagliato.

Innanzitutto, spieghiamo cosa si intende per Vanity Metrics. Come detto, sono i numeri relativamente a follower, like e commenti che riceviamo sui nostri social. E nascono soprattutto per esaltare il nostro ego.

Poi devo fare una specifica: quando parlo di brand mi riferisco anche alle (grandi) agenzie di comunicazione alle quali le aziende si affidano per attività di ufficio stampa, campagne di influencer marketing e advertising (anche io mi occupo di Ufficio stampa), che valutano superficialmente i profili o spammano attraverso un database acquistato come se non ci fosse un domani. Per fare un esempio, spesso ricevo inviti stampa per gite o viaggi family! In questo caso sgropperei di brutto perché vuol dire che hanno mi hanno mandato l’invito senza valutare chi sono e cosa faccio (sono single e senza figli umani, per dire)! Tutto questo mi fa capire che non c’è nessuna selezione a monte, eppure ci sono brand che pagano profumatamente le agenzie!

Quindi, prima cosa da fare è valutare profondamente il profilo: numeri, certo, ma collegandoli, per esempio, a qualità di post, Stories ed engagement e all’interno di una strategia più ampia.

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2) Non valutare la qualità dei commenti

Come detto, sarebbe bene valutare la qualità dei commenti e non la quantità degli stessi. Ti faccio un esempio. Una volta ho visto un profilo che, sotto un post, aveva tantissimi commenti, più di settanta. Li ho aperti e letti tutti: erano sempre le solite quattro (di numero) persone che si commentavano e parlavano addosso. E allora: è meglio avere dieci commenti unici, ovvero dieci commenti di dieci persone diverse, o settanta commenti delle solite quattro persone? Quindi leggi i commenti, non soffermarti sul numero degli stessi!

E non è finita. Bisognerebbe anche aprire i profili di tutti i commenti uno per uno e cercare di capire cosa fanno nella vita. Esempio. Una volta sono capitata su un post che sponsorizzava un paio di scarpe, che aveva anche in questo caso tantissimi commenti, una cinquantina. Ebbene. Ho aperto tutti i profili uno per uno che avevano commentato e praticamente erano quasi tutti di microinfluencer che partecipavano alla stessa campagna e che quindi si spalleggiavano. Sono commenti inutili, perché difficilmente gli influencer che hanno commentato acquisteranno, anzi attenderanno con ansia il prodotto in omaggio. Oltretutto, l’influencer che aveva fatto il post diceva che aveva comprato quelle scarpe (perché ovviamente non aveva dichiarato #ad) ma poi aprendo gli altri profili era palese che era una campagna e non è una bella immagine per nessuno.

Certo, Instagram non è un luogo di vendita ma di relazioni. Ma ci sono relazioni e relazioni. Se gli influencer si commentano addosso, raramente un’azienda svilupperà relazioni sane e quindi vendite.

Ti racconto una mia esperienza personale. Anni fa avevo coinvolto alcuni travel blogger per l’organizzazione di un viaggio in collaborazione con un tour operator: il travel blogger avrebbe avuto una provvigione su ogni persona pagante oltre al viaggio gratis. Alcuni avevano numeri alti (quindi vanity metrics), altri sui social ostentavano la loro popolarità.  Ebbene, nessuno è riuscito a mettere insieme quattro gatti (sempre per rimanere in tema) per organizzare il viaggio che, infatti, non è andato a buon fine. Ci sono invece profili con nemmeno 10mila follower ma una qualità eccelsa dell’engagement che riescono non solo a costruire relazioni sane ma anche  a vendere (uno in particolare l’ho intervistato per Confidenze).

3) Affidarsi a chi non sa l’italiano

È vero, io non faccio testo. Sono laureata in Lettere Moderne e sono una giornalista professionista. Almeno l’Abc della lingua italiana penso di conoscerlo. E almeno l’Abc della lingua italiana dovrebbe saperlo anche chi ha migliaia di follower e di professione fa l’influencer e il content creator. Io sinceramente, quando leggo il testo di un post sponsorizzato di mega influencer con errori grammaticali pazzeschi e palesi (non da T9 per intenderci), non solo perdo la stima per quel brand, ma mi viene da piangere, non avrei nemmeno la forza di mordere o scalciare, tanto sono amareggiata e forse rassegnata per il livello culturale del nostro Paese.

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(Foto by Pixabay)